Jacopo Salvadori 

 

In Egitto è lotta su tutti i versanti contro i Fratelli Musulmani, l'organizzazione islamista messa al bando l'estate scorsa dal governo egiziano. Il tribunale di Minya, nell' Alto Egitto, ieri ha condannato a morte 683 persone, tra le quali Mohamed Badie, la guida spirituale dei Fratelli Musulmani. Sarebbero tutti colpevoli non solo di appartenere alla confraternita e di essere sostenitori di Mohammed Morsi, il presidente egiziano deposto l'anno scorso a furor di popolo, ma anche di essere direttamente coinvolti nelle violenze del 14 agosto 2013 in cui hanno perso la vita 600 persone. L'ultima parola spetta ora al Gran Muftì d'Egitto, l'unico interprete della legge islamica, che emetterà il verdetto finale il prossimo 21 giugno. 

Quello di Minya è lo stesso tribunale che il 24 marzo scorso ha condannato alla pena capitale 37 dei 529 imputati che si sono presentati, mentre gli altri dovranno scontare 25 anni di prigione. Immediata la reazione del partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli Musulmani che si sono resi protagonisti degli scontri al Cairo, ad Alessandria e all'Università di Minya, in seguito alle condanne di ieri. Il partito ha anche fatto sapere che la decisione del tribunale “contraddice ogni legge internazionale”, dichiarazione cui ha fatto eco Mohamed Elmessiry, di Amnesty International che ha partecipato ai due processi. “In ogni udienza la difesa non ha potuto presentare i casi, i testimoni non sono stati ascoltati e molti degli imputati non sono stati portati in tribunale”, ha spiegato Elmessiry che ha poi aggiunto: “Questo non garantisce le basi fondamentali di un processo equo non solo per le leggi internazionali, ma anche per quelle nazionali”.

La doppia raffica di condanne ha sollevato anche l'immediata reazione degli Stati Uniti, preoccupati per il frequente ricorso a condanne di massa, e dell'Onu: “Quelli di ieri – ha affermato Ban Ki Moon, il segretario generale dell'Onu - sono verdetti che chiaramente non soddisfano le condizioni di un processo equo e minano le prospettive di stabilità di tutta la regione del Nord Africa e del Medio Oriente nel lungo periodo”.

E' della stessa opinione Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International, sicura che il doppio processo di massa abbia fatto perdere all'Egitto tutta la sua credibilità internazionale. “Le sentenze dimostrano ancora una volta – ha fatto sapere ieri la Sahraoui - come il sistema di giustizia penale in Egitto sia diventato arbitrario e discriminatorio. La magistratura egiziana rischia di diventare solo un'altra parte della macchina repressiva delle autorità, che emette condanne a morte o all'ergastolo su scala industriale”.

29 aprile 2014

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